Marta Benetti, responsabile risorse umane del Gruppo Orion, tra i 50 direttori HR di Forbes Italia
Forbes Italia ha pubblicato la selezione dei 50 direttori HR che stanno cambiando il mondo del lavoro, in un momento di rapida trasformazione tra nuove tecnologie e nuove aspettative delle persone. Tra i nomi scelti c’è anche Marta Benetti, responsabile risorse umane del Gruppo Orion.
Il riconoscimento premia un modo preciso di interpretare il ruolo: mettere al centro il benessere delle persone, nella convinzione che un’azienda sana sia prima di tutto un luogo in cui si sta bene.
Forbes Italia ti ha inserita tra i 50 direttori HR che stanno cambiando il mondo del lavoro. Cosa rappresenta questo riconoscimento per te e per il tuo team?
È stata un’assoluta sorpresa, non me l’aspettavo davvero. Passata l’emozione, ho pensato subito alle persone con cui condivido questo lavoro ogni giorno. Prima di tutto il mio team, perché ogni iniziativa nasce e cresce grazie all’impegno di chi ci lavora con passione. Ma ho pensato anche all’azienda. Fare bene il lavoro di HR è molto più semplice quando la direzione crede davvero nelle persone e sceglie di investire su di loro. Per questo sento questo riconoscimento come qualcosa che appartiene a tutti noi, e come una conferma che la strada che abbiamo scelto è quella giusta.
Appartieni a una generazione che ha trovato un mondo del lavoro già in piena trasformazione. Quanto questo influenza il tuo modo di gestire le persone?
Direi molto. Essere cresciuta professionalmente in un mondo del lavoro che cambiava di continuo mi ha fatto capire che non esiste un unico modo di viverlo. Oggi in azienda lavorano insieme persone con percorsi, età e aspettative molto diverse. Chi è entrato da poco cerca spesso un senso in quello che fa, occasioni per crescere e un buon equilibrio con la vita privata. Chi lavora da più anni porta un’esperienza e una conoscenza dell’azienda che nessun corso può sostituire, e ha bisogno di sentirsi riconosciuto e coinvolto nei cambiamenti. Nessuna di queste esigenze è più importante delle altre: la vera ricchezza sta nel farle incontrare. Quando una persona più giovane e una più esperta lavorano fianco a fianco, imparano l’una dall’altra e ne guadagna tutto il team. Chi si occupa di risorse umane ha il compito di creare le condizioni perché questo accada.
Cosa hai imparato da un collega con più esperienza di te e da uno più giovane?
Dalla collega più esperta ho imparato a trasformare la mia empatia in un metodo. L’istinto di mettermi nei panni degli altri l’ho sempre avuto, ma lei mi ha insegnato a farne uno strumento di lavoro: prima di prendere una decisione, chiedersi chi la subirà e come. Dietro ogni scelta, anche la più tecnica, c’è sempre una persona. Dal collega più giovane, invece, ho imparato a guardare l’azienda con occhi nuovi. Chi arriva da poco non ha ancora le nostre abitudini e fa domande che noi abbiamo smesso di farci: a volte è proprio così che ci si accorge che dietro una prassi consolidata non c’è più una ragione, ma solo la forza dell’abitudine. Sono due prospettive diverse, ma la lezione è una sola: ascoltare davvero chi abbiamo davanti, a qualsiasi età e con qualsiasi ruolo.
Qual è il progetto realizzato all’interno del Gruppo Orion di cui sei più orgogliosa?
Sicuramente la convenzione con Unobravo, nata insieme al reparto Marketing e ESG, e attiva da fine luglio 2026. Grazie a questo progetto i nostri dipendenti e i loro familiari possono fare gratuitamente un percorso di cinque sedute a persona con uno psicologo. Ne sono orgogliosa perché tocca un tema di cui per molto tempo si è parlato poco, il benessere psicologico. Stare bene al lavoro non significa solo avere un buon contratto o un ambiente confortevole. Significa anche avere uno spazio per prendersi cura di sé, nei momenti difficili ma anche semplicemente per conoscersi meglio. Abbiamo scelto di estendere il progetto anche ai familiari dei nostri dipendenti perché lavoro e vita personale non sono due mondi separati: se una persona cara attraversa un periodo complicato, ne risente anche chi ogni giorno viene in ufficio. Naturalmente tutto avviene nella massima riservatezza, perché l’azienda rende possibile il percorso ma resta fuori dalla stanza. Per me il welfare è proprio questo: non un elenco di benefit, ma un modo concreto di prendersi cura delle persone.
C’è una domanda che ti piace fare durante i colloqui?
Sì. Quando mi trovo davanti un candidato con la luce negli occhi, gli faccio una domanda fuori dall’ordinario: “Raccontami qualcosa di te che non troverei nel tuo CV”. Di solito c’è un attimo di sorpresa, perché nessuno se l’aspetta e non esiste una risposta preparata. Poi le persone si aprono: qualcuno racconta una passione, qualcuno un momento difficile che l’ha cambiato, qualcuno una cosa piccola ma che dice molto di come è fatto. È lì che il colloquio smette di essere un esame e diventa un incontro, ed è lì che scopro la persona oltre il ruolo. Per me la genuinità vale più di qualsiasi risposta studiata a tavolino: le competenze si possono imparare, l’autenticità no.
Cosa ti piacerebbe che le persone raccontassero a casa del loro lavoro?
Mi piacerebbe che raccontassero una giornata normale, senza bisogno di grandi parole. Che hanno lavorato bene, che si sono sentiti ascoltati quando avevano un problema o un’idea, che hanno trovato colleghi disponibili. E che tornano a casa con ancora energie per la famiglia, gli amici e le loro passioni. Passiamo al lavoro una parte importante della nostra vita, ed è giusto che sia un luogo in cui si sta bene. Non credo nelle aziende perfette, ma credo nelle aziende che ci provano ogni giorno. Se una persona sente di far parte di un posto che la rispetta prima come persona e poi come professionista, allora il nostro lavoro ha davvero senso.


